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Login / Registrati! E' gratis!Stadio di Domiziano
Nell’86 d.C., a Roma, venne istituito dall’imperatore Domiziano l’Agon Capitolinus in onore di Giove che si svolgevano ogni quattro anni con competizioni ginniche precedute da quelle letterarie e musicali. Per espletare l’agone l’imperatore fece costruire nel Campo Marzio uno stadio e un Odeon, quest’ultimo destinato alle audizioni musicali. Lo stadio doveva contenere un gran numero di spettatori: i Cataloghi Regionari (un elenco di monumenti di età costantiniana) ne ricordano circa 30.000. La pista misurava 276 m di lunghezza e 54 di larghezza (l’edificio era largo 106,10 m) e aveva un solo lato curvo (sphendòne) nella parte settentrionale.Questo fu il primo edificio costruito in muratura a Roma e destinato alle competizioni atletiche, le quali, da quanto apprendiamo dalle fonti letterarie, precedentemente si erano svolte in strutture lignee innalzate in maniera saltuaria al momento dello svolgimento delle gare, oppure nel Circo Massimo o nel Circo Flaminio, che erano generalmente destinati alle corse con le bighe. La forma planimetrica degli stadi era molto simile a quella dei circhi, ma si distingueva da questi per l’assenza della spina, la struttura in muratura centrale che divideva in due la pista, indispensabile per lo svolgimento delle corse delle bighe. Al centro della spina compariva sempre l’obelisco. Un’idea falsata dell’aspetto dello stadio di Domiziano è data dalla presenza di un obelisco al centro di piazza Navona, che sostituisce attualmente l’arena dello stadio domizianeo. La grandiosa fontana dei Quattro Fiumi, fatta realizzare dal Bernini (1651) per ornare il centro della piazza, venne completata con l’innalzamento dell’obelisco, che in epoca romana decorava il Circo di Massenzio sull’Appia Antica. L’edificio, messo fuori uso dall’incendio avvenuto all’epoca di Macrino, fu restaurato nel 217 d.C. e nel 228 d.C.; al tempo di Alessandro Severo, furono eseguiti altri lavori. È probabile quindi che lo Stadio sia stato utilizzato per lo svolgimento degli agonas (gare ginniche) per tutto il IV sec., epoca in cui ancora destava ammirazione presso i visitatori. Non sappiamo di preciso quando iniziò la decadenza. Probabilmente già nell’VIII sec. in uno dei fornici era sorta la prima chiesa dedicata a S. Agnese (dove è ora l’attuale chiesa seicentesca, opera del Borromini) eretta presso il luogo dove la santa aveva subìto il giudizio e il martirio. Successivamente lo stadio venne adibito, come gli altri monumenti romani, a cava di materiali; le strutture rimaste in elevato vennero nascoste dalla costruzione di palazzi e chiese, inglobate nelle fondazioni degli edifici stessi.Gli avanzi pertinenti ai fornici dello stadio cominciarono a venire alla luce negli anni 1886-1889 durante alcuni lavori eseguiti sul lato nord-est (tra piazza Navona e piazza Sant’Apollinare), nell’allargamento della via Agonale e sul lato sud, all’inizio di via della Cuccagna.Nel 1936 in occasione dell’apertura della nuova via di comunicazione che allacciava piazza Navona con il Ponte Umberto, iniziava la demolizione e ricostruzione delle case esistenti sull’emiciclo nord dello Stadio.Da piazza Tor Sanguigna si accede agli scavi conservati al di sotto del palazzo: essi sono in parte visibili anche dalla strada, affacciandosi da un balcone presente lungo il marciapiede all’esterno del palazzo. I resti, che si trovano a circa m 3,50 sotto l’attuale livello stradale, sono costituiti da arcate poggianti su pilastri in blocchi di travertino con semicolonne ioniche e da muri radiali in opera laterizia che costituivano l’ossatura portante della cavea. Si conservano anche i resti delle scale che immettevano ai piani superiori delle gradinate. Le pareti interne sono rivestite di stucco sobriamente decorato come appare dai cospicui resti.Originariamente la facciata esterna dello Stadio era costituita da una doppia serie di arcate poggianti su pilastri: l’inferiore di ordine ionico e il superiore di ordine corinzio. Ogni cinque fornici vi era un sistema di scale che immettevano al podio, all’ima e alla summa cavea. Quest’ultima era divisa in due ordini di gradinate separate da un passaggio sovrastante gli ambulacri centrali; due altri passaggi si svolgevano uno alla sommità sopra i portici esterni, l’altro al piede lungo il podio. La fuga delle gradinate era spezzata in corrispondenza degli assi principali da palchi destinati all’imperatore e alle autorità civili e religiose. Quello che si trovava alla metà del lato occidentale doveva avere un aspetto più sontuoso, almeno in base ai frammenti marmorei rinvenuti nelle vicinanze.Dall’esterno dell’edificio si accedeva mediante ingressi preceduti da protiri. È probabile che i due ingressi principali fossero uno sul lato meridionale rivolto verso l’Odeon e il Teatro di Pompeo, l’altro sul lato nord. Gli altri due ingressi si aprivano al centro dei lati lunghi: di uno di essi restano tracce negli ambienti a destra della chiesa di S. Agnese. Alla decorazione dello Stadio appartengono numerosi frammenti di statue (forse originariamente destinate a ornare i fornici del secondo ordine) e di decorazioni architettoniche rinvenuti a più riprese durante i secoli e durante gli scavi degli anni Trenta. Il gruppo più interessante è il cd. Pasquino che, come ricorda Flaminio Vacca nelle sue «Memorie» scritte nel 1594, fu rinvenuto in piazza Navona presso l’angolo con via della Cuccagna. Il gruppo, raffigurante in origine Patroclo e Menelao, è assai mutilo ed è noto per le satire che venivano affisse sul piedistallo.Lo Stadio, ancora in uso nel IV sec. d.C., cominciò a cadere in rovina nel secolo successivo. Tuttavia le gare continuarono a svolgersi nell’area che nell’alto Medioevo era indicata con il nome di Campus Agonis, Agon, Agones: da tale denominazione venne «Navone» e, per analogia con la forma che aveva la cavea simile a una grande nave, la piazza assunse il nome di «Navona». Le case edificate sopra i resti della cavea hanno conservato e tramandato la forma dell’antico Stadio lasciando libera da costruzioni tutta l’area della pista trasformata in piazza monumentale. P. C.
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