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Aventinus, secondo la leggenda narrata da Virgilio nell’Eneide, era il nome del figlio della sacerdotessa Rea la quale, resa madre da Ercole, diede alla luce colui che, alleato di Turno re dei Rutuli, avrebbe combattuto contro Enea. Secondo Varrone, Livio e Ovidio Aventinus era invece il nome di un re albano ucciso e sepolto sul colle. Per altri autori antichi il nome derivava da adventus hominum, in riferimento alla moltitudine di persone che si recava presso il tempio di Diana, situato sul colle, o anche da ab advectu in quanto alle pendici del colle si giungeva in barca attraverso la palude tiberina. Altre due etimologie vengono proposte da Servio: una ipotizza che il nome derivi da ab avibus, in ricordo degli uccelli che si levavano in volo dal Tevere verso questo colle, un’altra si rifà alla leggenda di Romolo che avrebbe concesso il colle ai Sabini, i quali gli avrebbero dato il nome di Aventinus in ricordo del fiume Avens, esistente nel loro territorio di origine.Secondo una tradizione meno nota sembra che fosse conosciuto con l’appellativo di Mons Murcius, attribuitogli dalla presenza del culto della divinità Venus Murcia (poi identificata con la Venus Verticordia, la dea protettrice del matrimonio arcaico di gruppo, fondato, secondo il mito, a seguito del ratto delle Sabine) alla quale era dedicato un sacello sito alle pendici dell’Aventino. Esso, forse, era ancora esistente in età storica (andò probabilmente distrutto da un incendio nel 178 a.C.) presso il settore più meridionale del circo Massimo.L’altura è delimitata dal fiume Tevere e dal Circo Massimo e fu forse associata, nell’età tardo-repubblicana, a un’altra nota come «piccolo Aventino», ossia la collina di S. Saba. Le due alture erano denominate in antico rispettivamente Aventinus maior e Aventinus minor ed erano separate dal vicus Piscinae Publicae e dal suo prolungamento, il vicus Portae Raudusculanae.Quando Servio Tullio divise la città in quattro regioni l’Aventino rimase escluso dal pomerio, benché egli lo avesse probabilmente fatto inserire nel circuito delle mura, la cui costruzione è a lui attribuita dalla tradizione annalistica. Alle pendici settentrionali del colle, a ovest della chiesa di S. Sabina, si è infatti rinvenuto un tratto di mura in cappellaccio datate al VI sec. a.C. (altri importanti tratti delle mura cosiddette serviane, risalenti al IV sec.a.C. visibili in piazza Albania, in via di S. Anselmo e nell’area di S. Balbina, dimostrano che tutto il colle era fortificato in età repubblicana). Nella divisione augustea le due alture furono comprese in due regioni: l’una denominata Aventinus (il grande Aventino, la pianura di Marmorata e il Testaccio), nella XIII, l’altra, detta Piscina Publica (il piccolo Aventino e le terme di Caracalla) nella XII. Fu soltanto sotto Claudio che il colle fu incluso nel pomerio della città.Forse proprio per questo suo aspetto a lungo extrapomeriale, il colle fu sede di numerosi luoghi di culto di divinità straniere. Primo fra tutti il tempio federale di Diana, poi nel 495 a.C. quello di Mercurio (dedicato il 15 maggio) e quello di Ceres, Liber e Libera (corrispondenti alle divinità greche Demetra, Dionysos e Kore) costruito nel 493 a.C. alle pendici settentrionali del colle (famoso per la decorazione pittorica e plastica eseguita da due artisti greci, Damophilos e Gorgasos). Successivamente, sempre su questo lato della collina, vennero eretti il tempio di Iuno Regina, divinità italica introdotta a Roma in seguito all’evocatio dalla città di Veio, distrutta nel 396 a.C. e quello di Vertumnus (protettore della vegetazione e degli alberi fruttiferi), anch’esso a seguito dell’evocatio, dopo la presa di Volsinii (Bolsena) nel 264 a.C. Secondo questo rito, la divinità era evocata, ossia «chiamata», al fianco dei Romani, sottraendola alla città nemica della quale era protettrice. Mediante questo rito, di tipo propagandistico, furono introdotte a Roma numerose divinità italiche ed etrusche, alle quali, dagli esponenti delle grandi famiglie della nobilitas patrizio-plebea, veniva dedicato un tempio, generalmente in occasione di un evento militare. In un’area non completamente accertata, ma comunque da ricercarsi nei pressi della chiesa di S. Sabina, era il tempio di Diana la cui planimetria è conosciuta dalla lastra n. 22 della Forma Urbis severiana dove è rappresentato ottastilo, diptero, con scalinata sulla fronte e collocato all’interno di un’area circondata da un doppio colonnato. L’edificio, costruito probabilmente a imitazione dell’Artemision di Efeso, era luogo prediletto per gli incontri dei popoli confederati latini. Fu fatto edificare a tale scopo da Servio Tullio, almeno a quanto riferisce la tradizione letteraria. Per questo motivo sarebbe stato costruito fuori del pomerio, perché con il suo carattere extra-cittadino poteva meglio garantire la neutralità tra i popoli. L’edificio subì poi un notevole rifacimento dopo il 36 a.C., probabilmente sotto Augusto, a opera di L. Cornificius dal quale l’edificio assunse il nome. Infatti, nel frammento n. 22 della Forma Urbis è indicato come (aedes o templum Dianae) Cornifici(ae) o Cornifi(cianae). Nel citato frammento n. 22 della Forma Urbis, accanto al tempio di Diana è incisa la pianta del tempio di Minerva (indicato dall’iscrizione Minerbae) esastilo, periptero, del quale non abbiamo nessun’altra testimonianza archeologica. Il primo impianto di quest’edificio risale probabilmente al VI sec. a.C., anch’esso rifatto, come quello di Diana, in età augustea e dedicato il 19 agosto.Ai piedi dell’Aventino, sul versante settentrionale, dove una tradizione poneva la mitica grotta di Caco e dove fu poi collocata, probabilmente, la Porta Trigemina delle Mura serviane (cioè nell’area tra via della Greca e piazza Bocca della Verità), doveva esistere un’ara dedicata a Iuppiter Elicius da Numa Pompilio, dopo che, secondo quanto narra Ovidio, Giove sarebbe apparso al re sul colle Aventino, concedendogli la facoltà di interpretare i fulmini e i tuoni. Nelle vicinanze Ercole avrebbe innalzato un’ara a Iuppiter Inventor come ringraziamento verso il dio per averlo aiutato a scoprire la grotta di Caco.Il versante settentrionale del colle fu particolarmente prediletto per la costruzione degli edifici cultuali. Lungo il clivus Publicius (la strada che saliva dal Foro Boario) sorgevano anche i templi di Flora e di Luna. Il primo, eretto intorno al 240 a. C. (o nel 238) dagli edili Lucio e Marco Publicio, fu poi restaurato da Augusto e ricostruito sotto Tiberio, nel 17 d.C. Una sua ultima riedificazione viene ricordata dalle fonti nel IV sec., sotto Simmaco.Il tempio alla dea Luna fu dedicato nel 182 a.C., ma forse era già esistente dal III sec. a.C., presso quello di Diana. Il tempio subì danni a causa di un primo incendio nell’84 a.C. e probabilmente cadde definitivamente in rovina a seguito dell’incendio neroniano.Le fonti letterarie ricordano un tempio dedicato a Sol Indiges (probabilmente divinità italica) alle estreme propaggini dell’Aventino, in vicinanza del circo Massimo. Nei pressi del circo (probabilmente nell’area sud-orientale dell’arena), secondo le fonti storiche, vi era l’ara sotterranea di Conso, antichissima divinità latina della vegetazione (Consus da condere ossia immagazzinare, nascondere) che proteggeva il grano posto sotto terra. L’ara, eretta a imitazione delle celle sotterranee nelle quali venivano riposti i cereali, costituiva uno degli angoli della prima cinta pomeriale intorno al Palatino, e veniva aperta durante le feste dette Consualia che si festeggiavano il 21 agosto e il 15 dicembre. Abbiamo notizia anche di un tempio di Conso, dedicato nel 272 a.C. ed esistente sull’Aventino, ma di cui non conosciamo la localizzazione precisa. Nelle immediate vicinanze del circo vi era anche un sacello dedicato a Summanus (dio delle folgori notturne) nel 278 a.C., a Iuventas (dedicato nel 196 a.C. e restaurato da Augusto nel 16 a.C.) e a Venus Obsequens (edificato da Fabio Gurge nel 295 a.C., del quale non si ha nessuna traccia). Per tutta l’età repubblicana e per i primi decenni dell’Impero, il colle ebbe un carattere prettamente popolare a seguito dell’assegnazione del territorio ai plebei mediante la lex Icilia de Aventino publicando (456 a.C.) e fu contrapposto al Palatino, sede prediletta dai patrizi. Con questa legge il colle divenne infatti proprietà pubblica e fu lottizzato in favore delle famiglie plebee. Tale connotazione «plebea» e «straniera» fu dovuta probabilmente alla vicinanza della zona mercantile posta alle sue pendici settentrionali (il Porto Tiberino e il Foro Boario) e, successivamente, di quella sorta a sud, nella pianura del Testaccio, con il nuovo porto fluviale (Emporium) e con il quartiere dei magazzini annonari. Questi ultimi, che si estendevano nella pianura verso il Tevere, giungevano fino alle pendici dell’Aventino: oggi è ancora possibile vederne i resti sotto i giardini di S. Maria del Priorato, nell’angolo sud-occidentale del colle, e lungo la via Marmorata, presso piazza dell’Emporio, in prossimità del cosiddetto Arco di S. Lazzaro. Questo grande arco, facente parte degli antichi fabbricati commerciali della zona, è costituito da una doppia ghiera di mattoni bipedali, impostato su massicci pilastri a mattoni e blocchi di travertino. Esso prende il nome da una piccola chiesa medievale, distrutta per la realizzazione del quartiere moderno, alla quale era annesso un lazzaretto per lebbrosi.La connotazione plebea del colle andò progressivamente scemando in favore di quella «religiosa». Successivamente all’incendio neroniano (64 d.C.), esso assunse più l’aspetto di quartiere aristocratico, destinato ad accogliere ricche dimore, le cui vestigia, sia pure solo parzialmente, sono riemerse durante l’urbanizzazione dell’area, avvenuta soprattutto nei primi decenni del Novecento.La documentazione letteraria ed epigrafica rammenta che numerosi personaggi famosi dimorarono sull’Aventino. Sappiamo che vi abitò il poeta Ennio; Cicerone vi possedeva alcune case che affittava. Pactumeia Lucilia, forse parente di Pactumeio Clemente, console nel 138 a.C., ne occupava l’area occidentale. Resti della domus si conservano al di sotto della chiesa di S. Anselmo. Alla casa appartiene lo splendido mosaico pavimentale con scene del mito di Orfeo, datato tra il II e il III sec. e conservato all’interno del Monastero. Da una recente analisi stilistica delle pavimentazioni, in mosaico e in opus sectile, si sono individuati due principali momenti costruttivi del complesso: uno di età augustea e un altro di età severiana; furono poi eseguite ulteriori aggiunte nel IV sec. L. Lucinius Sura, amico di Traiano, abitava in una ricca domus, probabilmente situata nei pressi delle thermae Suranae. Lo stesso Traiano, prima di diventare imperatore, possedeva sul colle la sua casa (detta privata Traiani) da alcuni identificata con le gli edifici rinvenuti presso la chiesa di S. Prisca, da altri invece identificati con i resti presenti nell’area di piazza del Tempio di Diana. Durante l’Impero vi furono eretti importanti complessi quali le thermae Suranae, fatte costruire da Licinio Sura al tempo di Traiano (con restauri nel 238 sotto Gordiano e nel 414 dopo il sacco dei Goti) e conosciute attraverso un frammento della Forma Urbis. Di queste terme sono stati rinvenuti importanti resti sotto l’attuale Accademia di Danza (Largo Arrigo VII n. 5) a ovest della chiesa di S. Prisca. Le terme erano alimentate dall’aqua Marcia le cui arcate passavano sotto la chiesa. Durante lavori di restauro dell’Accademia di Danza si sono rinvenuti i resti di una struttura composta di tre vani, rivestiti in cocciopesto, interpretati come vasche relative a un ninfeo. Questo è probabilmente da identificare con la fontana monumentale che i Cataloghi Regionari (itinerario del IV sec. d.C.) citavano sull’Aventino con il nome di Nymphaea Tria, ossia una grandiosa mostra d’acqua dell’Aqua Marcia, detta anche Iovia, fatta costruire dall’imperatore Diocleziano, il quale fece potenziare anche le condutture dell’acquedotto. P.C.
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