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Login / Registrati! E' gratis!La Velia
La Velia è la piccola altura di forma all’incirca rettangolare, che sorgeva tra il Palatino e l’Oppio e raggiungeva nel punto più alto (dove è la Basilica di Massenzio) l’altezza di 40 m s.l.m. Gli enormi sbancamenti effettuati negli anni Trenta per l’apertura della grande arteria, denominata via dell’Impero (via dei Fori Imperiali), che congiunge piazza Venezia con il Colosseo, hanno modificato profondamente la morfologia della Velia parzialmente conservata sul lato nord della via dei Fori Imperiali ove sorge Villa Rivaldi in via del Colosseo.Da quanto apprendiamo dalle fonti letterarie, la Velia doveva avere l’aspetto di un tranquillo quartiere residenziale che si affacciava sul Foro Romano e confinava con il Palatino e l’Esquilino; profonde depressioni dovevano essere nel versante ovest, in direzione dell’area occupata poi dai Fori Imperiali, e sul lato orientale, prospiciente la valle del Colosseo.Connesso con l’aspetto orografico della collina è anche il limite di un altro quartiere confinante con la Velia, noto dalle fonti letterarie con il nome di Carinae. Tradizionalmente il quartiere è stato identificato con le pendici dell’Oppio, estendendosi dall’area occupata dalla chiesa di S. Pietro in Vincoli verso quella di via del Colosseo. Più recentemente si è proposta una localizzazione dell’antico quartiere più a sud, immediatamente a ridosso della Basilica di Massenzio (ossia all’incirca nell’area della via dei Fori Imperiali), anche in virtù di recenti scavi archeologici, che hanno chiarito il percorso del Vicus ad Carinas, dalla via Sacra al quartiere delle Carinae; la strada, che correva a ovest della Velia, era racchiusa, nel tratto verso il Foro (dopo gli interventi urbanistici nella zona voluti dai Flavi), tra il Templum Pacis e gli Horrea Piperataria, poi sostituiti dalla Basilica di Massenzio.Nella riorganizzazione amministrativa della città voluta da Augusto, la Velia, insieme con le Carinae, venne compresa nella IV Regione Templum Pacis, mentre nella divisione repubblicana le Carinae appartenevano alla Regione I Suburana e la Velia alla Regione IV Palatina.Gli sbancamenti, praticati negli anni Trenta per la realizzazione di via dei Fori Imperiali, hanno riportato alla luce un’infinita messe di strutture archeologiche, purtroppo non adeguatamente documentate. Gli scavi hanno rivelato stratificazioni di tufi, di sabbie e di argille, assai interessanti per la conoscenza geologica del territorio romano. Negli strati inferiori, inoltre, si rinvennero resti di un teschio di Elephans antiquus e di altri animali preistorici.Sulla sommità della Velia furono scavati numerosi pozzi, che testimoniano la presenza di una frequentazione del colle sin dall’VIII sec. a.C. e forse di un abitato nel corso del secolo successivo. La letteratura, come sempre fonte di inesauribili informazioni sulla topografia antica, rivela che sulla Velia si trovava la residenza del re Tullio Ostilio e il connesso Tempio dei Penati. Non pochi sono i problemi topografici della localizzazione di questo culto, così profondamente legato alla storia stessa delle origini della città, perché trasportato sul suolo italico da Enea. L’aedes deum Penatium, in passato localizzata nell’area occupata attualmente dalla chiesa dei SS. Cosma e Damiano (aula che ormai è accertato appartenne al Foro della Pace), sembra fosse nel versante occidentale della Velia, nell’area di proprietà della gens Domitia, poi interessata dalla ripianificazione neroniano-flavia del quartiere. Non si conosce esattamente l’epoca della fondazione dell’aedes deum Penatium che si fa risalire genericamente all’età arcaica. Un rifacimento è attestato nel 167 a.C. a seguito della caduta di un fulmine che aveva colpito l’edificio. Esso subì un’ulteriore ristrutturazione durante il principato di Augusto, nell’ambito del progetto di restauro dei santuari cittadini avviato nel 28 a.C. dal princeps, che, con fine propagandistico, voleva apparire come il nuovo fondatore dei più antichi culti di Roma. Nella topografia sacra della zona sono da ricordare altri santuari, sedi di culti tra i più antichi della religiosità romana e italica: Ianus Curiatius, Iuno Sororia, Venus Calva, Mutinus Titinus (dio fallico, poi assimilato a Bacco), e forse anche di Orbona (entità divina preposta alla tutela degli orfani), di Vica Pota (forse antica divinità della Vittoria), di Diana, dei Lari, di Tellus e altri ancora. Il 21 aprile del 121 d.C., infine, venne iniziata da Adriano la costruzione del Tempio di Venere e Roma. Il tempio, che fu l’ultimo edificio di culto pagano sorto sulla Velia, venne eretto su una piattaforma artificiale di 145 x 100 m, realizzata inglobando le strutture che erano servite quale vestibolo della Domus Aurea dove era collocato il Colossus Neronis, la gigantesca statua in bronzo dorato alta circa 35 m (trasformata da Vespasiano nel dio Sole), spostata da Adriano presso il fianco dell’Anfiteatro Flavio. La platea era delimitata sui lati lunghi da un portico di colonne di granito grigio con due propilei al centro. Verso il Foro vi era un’ampia gradinata e il lato verso il Colosseo era occupato da due scalinate laterali. Il tempio periptero era circondato da colonne corinzie in marmo cipollino (dieci sui lati brevi e venti su quelli lunghi). L’interno era costituito da due celle contigue e con le absidi tangenti. Quella verso il Colosseo era dedicata alla dea Venere e quella verso il Foro alla dea Roma. Gli attuali resti dell’edificio appartengono alla ricostruzione avvenuta all’epoca di Massenzio (306-307 d.C.) a seguito dell’incendio del 283 d.C. che devastò il tempio. Le pareti erano decorate da colonne di porfido e da nicchie che originariamente presentavano un timpano, alternativamente triangolare, e semicircolare e colonnine di porfido poggianti su mensole. Il pavimento era ornato da motivi geometrici realizzati con vari tipi di marmo, tra cui il porfido. La costruzione, alla metà dell’VIII secolo, della chiesa di S. Maria Nova nel pronao della cella dedicata alla dea Roma, ad opera del papa Paolo I (trasformata e dedicata a S. Francesca Romana all’inizio del 1600), assicurò una continuità di vita cultuale che sin dall’età arcaica aveva caratterizzato la collina.Gli scavi degli anni Trenta hanno restituito testimonianza di altri importanti complessi archeologici, tra i quali va ricordato il Compitum Acilium. L’ara, dedicata nel 5 a.C. ai Lari di Augusto dalla famiglia degli Acilii, era localizzata sulla sommità della Velia nella zona corrispondente all’attuale incrocio tra via dei Fori Imperiali e il clivo di Acilio. Gli sventramenti hanno riportato alla luce numerosi resti di edifici abitativi, tra i quali una fastosa domus con ambienti affrescati, comprendente fasi costruttive risalenti al I sec. d.C. La casa, rinvenuta alle spalle della Basilica di Massenzio, è nell’area della rinascimentale Villa Rivaldi. Un’altra domus fu rinvenuta nel 1934 durante i lavori d’innalzamento del colonnato del Tempio di Venere e Roma. I resti ora visibili si trovano davanti all’ex convento di Santa Francesca Romana, presso la Basilica di Massenzio, a una profondità di 3,75 m. L’ambiente, accessibile attraverso una botola, è costituito da una sala ottagonale dalla quale si dipartono quattro criptoportici inglobati nelle fondazioni in calcestruzzo del tempio adrianeo di Venere e Roma e nelle costruzioni neroniane che si estendevano fino sotto la Basilica di Massenzio.Nel disegno ricostruttivo, eseguito all’epoca dello scavo, sono stati segnalati altri ambienti, purtroppo oggi non più agibili: una scala che immetteva in una sala, posta a un livello superiore, decorata con pitture a encausto, e il criptoportico orientale, quello verso il Colosseo, dove si conservava parte della volta, e che presentava una pavimentazione con mosaici rossi e neri. Della lussuosa casa oggi è visibile la sala ottagonale (inizialmente forse coperta da una cupola) con le pareti in conglomerato cementizio, originariamente rivestito di lastre marmoree, e il corridoio occidentale con le pareti in cortina laterizia, attualmente molto deteriorata. La sontuosità della domus è attestata dalla presenza di una ricca pavimentazione in opus sectile di marmi (si conservano frammenti di palombino e di lavagna) e paste vitree blu e verdi. Nel corridoio conservato, quello occidentale, è rimasta una parte di una vasca in marmo bianco incastrata nella pavimentazione.Le strutture attualmente conservate della lussuosa dimora, inglobatesuccessivamente dal vestibolo della domus Aurea, sono state da molti attribuite alla domus Transitoria neroniana. Al contrario, l’analisi dello schema decorativo dell’opus sectile, tipico del repertorio ornamentale del cosiddetto secondo stile pompeiano, anche alla luce di confronti presenti nelle case di Pompei (Casa del Fauno, Casa di Cornelio Rufo), di Ercolano (Casa del Colonnato) e di Roma (Casa di Augusto sul Palatino), sembrerebbe far escludere una datazione della domus all’epoca di Nerone. Inoltre l’uso delle paste vitree, riscontrabile nelle pavimentazioni di età sillana di Pompei e nei ninfei o nei criptoportici di Roma e dintorni di età repubblicana, hanno fatto ipotizzare una datazione di tutta l’abitazione alla seconda metà del I sec. a.C. (o forse più precisamente all’età augustea). Recentemente, negli ultimi studi che hanno preso in esame il versante orientale della Velia, è stata avanzata l’ipotesi che gli ambienti facessero parte di un vasto complesso di edifici di proprietà della famiglia dei Domizi Enobarbi. Gli scrittori antichi, infatti, registrano nella zona anche la presenza di terme e di un horreum di pertinenza della famiglia; quest’ultimo è stato identificato nell’edificio, le cui strutture superstiti sono conservate tra la via Sacra e la fronte meridionale della Basilica di Massenzio, ma che originariamente si estendeva anche al di sotto della basilica stessa.Cn. Domitius Ahenobarbus (console nel 32 d.C.), figlio di Lucio Domizio Enobarbo e di Antonia Maggiore, sposò Agrippina Minore dalla quale ebbe il figlio Nerone. Svetonio ci informa che l’imperatore Nerone ereditò dal padre le proprietà sulla Velia. È probabile quindi che l’atrio della Domus Aurea venne eretto nell’area dove sorgeva l’abitazione paterna, che era appartenuta alla gens Domitia sin dall’età repubblicana. P.C.
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