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Login / Registrati! E' gratis!Il Circo Massimo

Si chiamava vallis Murcia l’ampia vallata naturale che tuttora separa il colle Aventino dal Palatino, che sin da epoca preistorica aveva esercitato un importante ruolo economico, per la sua posizione come luogo di mercato e di incontro trovandosi a guado del Tevere in prossimità dell’isola Tiberina.
Questa caratteristica di polo di attrazione indubbiamente contribuì alla sua elezione quale luogo per installazioni circensi; non a caso proprio qui la tradizione colloca episodi mitici legati alla storia più remota di Roma, come il ratto delle Sabine. In occasione delle prime opere finalizzate agli apprestamenti di un circo, da ricondursi secondo la testimonianza delle fonti a epoca regia, e in particolare ai Tarquini (VI secolo a.C.), la vallata venne sistemata artificialmente, canalizzando le acque che vi scorrevano in superficie per ospitare le prime strutture, probabilmente ancora non stabili, legate alle attività del circo. Solo nel IV secolo a.C. un cospicuo intervento edilizio, noto dalla testimonianza delle fonti antiche, fu destinato alla costruzione dei carceres, le gabbie di partenza per i carri. In seguito, nel II secolo d.C., il complesso dovette cominciare ad assumere una fisionomia più definita grazie alla realizzazione di opere in muratura e complessi architettonici decorati. Si deve comunque a Cesare la prima struttura circense stabile le cui caratteristiche si mantennero sostanzialmente invariate per tutta la durata del complesso. La ricostruzione dell’impianto cesariano, possibile grazie alle descrizioni degli autori e alle rappresentazioni delle fonti iconografiche antiche, è oggi in parte testimoniata anche archeologicamente. L’emiciclo misurava oltre 600 metri di lunghezza per quasi 150 di larghezza: al centro un lungo elemento rettilineo, la spina, prima rappresentato dalla monumentalizzazione del vecchio canale di drenaggio della valle e solo successivamente realizzato in muratura, fungeva da banchina durante le corse. Lungo la spina erano collocate edicole, piccoli santuari e vari elementi architettonici, anche funzionali allo svolgimento delle competizioni, come i delfini e le uova che servivano a indicare ai concorrenti il numero dei giri. Le due estremità della spina erano invece delimitate dalle mete, elementi di forma conica che chiudevano la simmetria longitudinale della pista. Ai lati dell’arena si innalzavano le gradinate suddivise in tre settori, sostenute da strutture che costituivano corridoi funzionali alle percorrenze e all’accesso ai vari piani dell’edificio, e ambienti la cui destinazione non sempre risulta chiarita. L’edificio principalmente destinato alle corse dei carri, poteva ospitare diverse decine di migliaia di spettatori. Le corse partivano dai carceri, sul lato settentrionale, ove, oltre alle gabbie per i concorrenti, era un loggiato appositamente predisposto per ospitare il magistrato che dava il via alla competizione. In epoca imperiale l’imperatore poteva assistere ai giochi dal pulvinar, una struttura voluta da Augusto al centro delle gradinate sul lato verso il Palatino dove in seguito prospetteranno direttamente i sontuosi complessi architettonici annessi alle residenze palatine della domus Augustana. Esteriormente, una strada circondava l’intero edificio, la cui facciata era articolata in tre ordini scanditi mediante elementi architettonici, di cui i due superiori a parete piena. Vari restauri e abbellimenti sono segnalati dalle fonti, tra i quali non trascurabile l’intervento edilizio che seguì ai danni provocati dall’incendio del 64 d.C. sotto il principato di Nerone. L’edificio sembra essere poi stato ricostruito su progetto dell’imperatore Domiziano alla fine del I secolo d.C., ma i lavori proseguirono sino al principato di Traiano, all’inizio del secolo successivo. La porzione del complesso circense indagata archeologicamente, e attualmente visibile, si limita al settore dell’emiciclo rivolto verso il Palatino. Qui è possibile osservare la conformazione della cavea con i vani radiali sottostanti, i resti lapidei dell’arco di Tito, e verificare la sovrapposizione delle fasi edilizie più significative. In opera reticolata di tufo sono realizzate le strutture pertinenti alle fasi più antiche del monumento, quella cesariano-augustea e alcuni rifacimenti di epoca di poco successiva; l’opera laterizia, caratterizzata dall’impiego di mattoni in cortina, contraddistingue invece la ricostruzione avviata in età domizianea, a cui si riconduce la gran parte delle strutture emerse dalle indagini archeologiche, oggi visibili. Ulteriori interventi di manutenzione e abbellimento sono testimoniati sia dalle fonti letterarie che dall’evidenza archeologica sino al IV secolo d.C., mentre sembra che la struttura sia rimasta in uso sino al VI secolo d.C., quando vennero realizzate strutture aggiuntive, forse a carattere abitativo, o in relazione con l’impianto della chiesa di S. Lucia. Una piccola porzione dell’emiciclo circense fu occupata infatti in epoca medievale (VII secolo) dalla diaconia di S. Lucia in Settizonio, che aveva funzioni assistenziali per i pellegrini. In seguito all’abbandono dell’area, la depressione naturale entro cui era realizzato l’edificio si andò progressivamente colmando e l’area venne adibita a uso agricolo. La torre cd. dei Frangipane o dell’Arco (poiché venne realizzata a spese dell’arco di Tito che insisteva sulla porzione mediana dell’emiciclo del circo) è tutto ciò che oggi rimane di un complesso sistema di fortificazioni di epoca medievale, poste a difesa delle zone occupate dalle nobili famiglie che in quel periodo a Roma si contendevano il predominio sul territorio. La storia della torre, e del complesso edilizio a essa associato, è stata ricostruita in base alle fonti letterarie e iconografiche e alla documentazione archeologica emersa da alcune recenti indagini di scavo. L’edificio venne costruito tra il X e l’XI secolo d.C., in relazione forse al fortilizio, che secondo le notizie delle fonti, venne realizzato nell’area del Settizodio. Nel XII secolo la torre entrò nella sfera della famiglia Frangipane che fino al Cinquecento ne rimase proprietaria. Il dominio dei Frangipane sul Palatino fu proprio garantito da un complesso di fortificazioni, una delle quali doveva interessare l’area dell’emiciclo del Circo Massimo, con il controllo della viabilità che passava tra l’area del circo e il colle Palatino. Di questo insieme di strutture, la cui ricostruzione è resa possibile sostanzialmente grazie alle vedute quattro-cinquecentesche, si conserva oggi la torre, in una ricostruzione di fine XIII secolo, in blocchetti di peperino e frammenti di marmo. A.M.-
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